Casa da Música per Lotus n.156

 

La postmodernitá chiede all’architettura l’incredibile e l’imprevedibile in antitesi col rigore geometrico del Moderno.La casa da Mùsica è un meteorite caduto a  Porto. Ha distrutto una preesistenza abbastanza insignificante e si è costruito nel suo intorno un nuovo contesto, una superficie ondulata secondo il volteggiare dello skateboard rivestita con un travertino egiziano color giallo ocra, volutamente  estraneo alla Porto fatta di grigio granito. Sull’immagine materica e planetaria del meteorite, levigando e lisciando le superfici fatte di cemento bianco con casseformi in acciaio,  si arriva a questo enorme sasso sfaccettato con due grandi vetrate  alle due estremita ,realizzate come schermi giganti, in un costoso e inedito vetro ricurvo. Gli architetti di Porto  quando nel 99 Oma/Koolhaas  vinse il concorso dicevano  infastiditi che era solo un  sasso a forma di televisore. Si entra da una sottile scala, illuminata sul retro di ogni gradino smaterializzata dalla luce. Questa lingua luminosa, posata  sul piano in travertino è l’unico legame architettonico tra il sasso chiuso e lo spazio urbano. Si sale le scale luminose, si entra nell’involucro e  poi si deve salire  una collina gradonata   segnata da  ringhiere in acciaio sottilissime, da divisori in vetro senza telaio e  da scritte scavate nel cemento stesso, una  volutamente essenzialitá di disegno che è un  esplicito omaggio al tecnicismo del Moderno  però, in ordine sparso. In cima alla collina si entra finalmente nella sala della musica sorprendentemente  rettangolare. Dice Renz Van Luxemburg, ingegnere del suono, che il parallelepipedo è lo spazio migliore per una sala da concerto. Sarà anche una ragione acustica ma a me sembra che questa rettangolaritá  imprevendibile accentuata dalle strisce trasversli e parallele  grigie,continue dello schienale dei sedili, in netto contrasto con l’ordine sparso degli spazi circostanti, sia il senso primo di questa architettura. Si entra nell’Auditorium grande e si è colpiti dalle grandi pareti laterali, finalmente parallele, rivestite di  pannelli di compensato  certamente con funzione acustica. Ma questo legno  è decorato  da una venatura da legno,  gigante ,fatta di lamine dorate , che corrono su tutte le superfici pannellate, e diventano  forte valore architettonico. E questo è un segno non certo moderno, ma pop e radical .Sulle pareti laterali stanno  poi sospese  senza nessun disegno compositivo, piccole  architetture come un  organo barocco e  più o meno di fronte uno moderno , e poi un palco messo in diagonale aggettante da  una delle due pareti , e  poi anche qualche  altro taglio vetrato . Il disporsi dentro il parallepipedo di  questi oggetti disomogenei, messi li quasi per caso, sono intenzionalmente contro  quella  accademica  logica compositiva  contro cui si era scagliato il progetto Archizoom  e  insieme alla venatura d’oro  gigante  mi davano l’illusione di essere entrato in uno spazio Archizoom.Incontrai Rem Koolhas in un “Urban Politics seminar“ organizzato da Bernard Tschumi, nel gennaio del 74, alla Architectural Association di Londra. Io sostenevo con passione il ”mandato sociale dell’architettura” lui mi rispondeva, allora allievo di Leon Kier, riproponendo insistentemente su un televisore l’immagine del tempio greco. Allora mi sembrò un inutile provocatore, oggi la sua Biennale di architettura mi ha pienamente soddisfatto: è la coraggiosa dimostrazione esemplificata sul caso Italia che anche la piú ambiziosa architettura è soprattutto strumento di copertura e legittimazione di interessi speculativi e finanziari che nulla hanno a che fare  con il “ mandato sociale dell’architettura “. Oggi quel sasso a forma di televisore è luogo di incontro per gli appassionati della musica e dello skateboard, ma anche teatro  per  recite scolastiche, cerimonie e feste paesane. È meta turisitica  e nelle visite organizzate il turista scopre nella ricchezza degli spazi dalla geometria sempre irregolare intorno alla grande sala, che nella postmodernità  l’optical art può stare con gli azulejos, il tecnicismo del moderno con il virtuosismo figurativo del barocco, il decoro pop  delle venature d’oro e il rifiuto della logica compositiva con le esigenze dell’acustica, a condizione che siano parte di  un evento urbano inventato e capace di dare alla città quel segno di contemporanea eccezzionalitá che la sofferta marginalità portoghese tanto desiderava. Quell’evento urbano è diventato monumento e come tutti i monumenti urbani é bene comune per chi l’ha costruito, lo abita e  lo visita.Il critico Shumon Basar, docente all’A.A. sostiene che il progetto della Casa da Música è “un affermazione dell’architettura come architettura.”e questo puó voler dire tutto o niente. La lenta deriva verso la riduzione della complessità del progetto architettonico a linguaggio a me sembra la fine ingloriosa dell’architettura, la sua riduzione a occasione speculativa. Il suo nobile compito, affermato dal miglior Moderno, è offrire qualità estetica a chi abita ed è un piacere un concerto nell’Auditorium grande della Casa da Música, e si vede anche  essere un piacere volteggiare con lo skateboard o amoreggiare sdraiati come fosse un prato sulle colline rivestite di travertino giallo ocra  del suo intorno.Un “sano populismo di sinistra” (cito Slavoj Zizek) dovrebbe farci capire che una architettura senza la soddisfazione del bisogno di vita del popolo non è un ‘architettura.(5450 battute compresi interspazi)

 

Paolo Deganello 28/11/14