La Critica Oggi

 

La critica del design oggi

 

Dopo i testi di critica del design di Dolfles, Maldonado, Eco, Braudillard, Manzini,  Carmagnola,  che hanno costruito  le  fondamenta della disciplina del design, non riesco a trovare  negli ultimi dieci  anni testi altrettanto significativi.Il vuoto della critica oggi è stato in parte colmato dal  continuo interrogarsi  da parte di alcuni  progettisti sul “cosa, come,dove”  ha senso oggi  produrre e a quali merci  il design deve dare, con il disegno della forma, consenso. Propongo due mostre:”SuperNormal”(2006)  e “Quali oggetti noi siamo”(2010) curate da progettisti, per “interrogare” la critica oggi.

“SuperNormal “ è la mostra di 204 oggetti,  selezionati da Jasper Morrison e Naoto Fukasawa ed esposti la prima volta a Tokyo  nel 2006 e poi  alla Triennale di Milano nel 2007. L’oggetto simbolo di SuperNormal come sostiene Naoto Fukasawa (n.894 di Domus ) è il taglierino “ ma non quello in acciaio ancora troppo design” ma quello appunto “normale” in plastica, e i 204 oggetti scelti sono quasi tutti piccoli utensili domestici,dal pela carote alla penna Bic,alla Moka Express della Bialetti,  utensili quasi tutti anonimi,da molto tempo entrati nella quotidianita  sia occidentale che giapponese,fino ad essere  acquisiti dai piú come oggetti  “normali” consueti e per questo belli.La  loro figurazione  è limitata alla forma  dell’uso, il colore è il colore dei materiali, senza decorazione, sono quasi tutti prodotti economici, essenziali in tutti i sensi, industrialmente prodotti  in grande serie ....Tra i 204 oggetti scelti ci sono due opere di Enzo Mari il designer che piú di ogni altro oltre ai due autori ha sempre cercato, con estremo rigore la riduzione della forma della merce al suo uso. SuperNormal è una mostra anticonsumistica,rifiuta la logica dell’obsolescenza rapida che   il marketing insistentemente ci chiede, perché questi sono gia prodotti perfetti, che devono durare,sostituirli con nuovi magari in materiali e figurrazioni preziose per gratificare l’elittario bisogno di lusso, significherebbe solo promuovere inutili scarti di mercie gia in produzione . L’economicitá delle merci,il rifiuto all’obsolescenza rapida sono risposte alla crisi  e  al degrado ambientale e difendono le promesse di benessere e consumo diffuso del Moderno.Ha  quindi  senso oggi per i designer del Supernormal  solo quel progetto  che riduce all’essenziale la forma delle merci, come sono i progetti di Mari o le pentole di Jasper Morrison per Alessi, e che  anche le nuove tipologie di prodotto devono , come è  ad esempio il lettore CD   da parete per Muji  Fukasawa, confermare.Il Super Normal è contro la contestazione portata al design del Moderno  dall’antidesign e dal design radicale degli anni 70,ed  è  contro la spettacolazizzazione della merce ben presente oggi anche nell’architettura  Riconferma l’international style del Moderno ,il “come” è la produzione industriale di grande serie ,il dove è indifferente :si produce dove costa meno per l’umanitá intera.

“Quali cose siamo” mostra curata da Alessandro Mendini alla Triennale anno 2010 ha il suo  oggetto emblematico  non in un taglierino ma nella copia al vero in marmo di Carrara del David di Michelangiolo,esposta  insieme ad  oggetti di alto e sofisticato artigianato e opere d’arte e di design,fino a dire implicitamente che il design è una delle  molte modalitá possibili per arredare la nostra vita. Siamo noi che scegliendo questi oggetti gli  diamo un uso  e un significato, gli affidiamo  il compito di rappresentarci fino a farci capire rispecchiandoci negli oggetti che scegliamo ”cosa siamo”Il rapporto forma funzione dell’utensile che da senso al SuperNormal e a tutto il design moderno qui viene stravolto ,ed è l’utente che sceglie per “rappresentarsi.” E  cosí l’arte, strumento fondamentale di conoscenza, ritorna sull’oggetto e  nobilita la merce, stimola il desiderio di possesso diventa ragione tutta estetica,pittorica come per gli orologi Swatch o scultorea  come per lo Spremi agrumi di Starck, per  guardare piú che usare. L’oggetto d’uso diventa prevalentemente immagine, immagini che colpiscono  “anormale”,imprevedibili e spettacolari .L’imprevedibile e lo spettacolare  mal sopportano il linguaggio del prodotto industriale  e la ripetitivitá seriale ,tendono all’eccezzionalitá dell’unico e anche quando prodotti in milioni di copie come lo spremiagrumi di Starck non hanno certo la figurazione tipica del prodotto di serie.Il “come” puo essere legittimamente la  piccola serie, e il prodotto artigianale,l’oggetto firmato,il rapporto sempre piú personale con l’oggetto fino all’esclusivitá del pezzo unico, ritornano con  i prezzi dell’arte e dilaga  il design del lusso.Con quella che si puó definire l’artisticizzazione del design l’oggetto  si incontra con questa progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani di quei sempre meno, quell’1% contro cui si scagliano i movimenti “Occupy”  al grido”siamo il 99%” . E dentro questa evidente contradizione che da molti punti di vista dissolve il design nell’arte, cresce il sempre piu diffuso fenomeno dell’autoproduzione, non a caso sostenuta da Mendini e da molti designer  radical, reazione disperata per certi versi per la mancanza di lavoro per i giovani progettisti, ma anche possibile alternativa   alla fabbrica fordista. Si puó  progettare ,produrre commercializzare in rete,  in un piccolo laboratorio dove con una stampante 3D,magari autocostruita e machine per il taglio laser e a controllo numerico,si produce solo su ordinazione il venduto via internet, eliminado magazzino,producendo il pezzo per un acquirente noto,personalizzabile fino al punto di poter dire che si produce nel laboratorio a lui piú vicino, offrendogli  quello che attraverso l’oggetto vorrebbe sembrare.