Intervista a Paolo Deganello - Michela Deni, Natalia Derossi - Arts Design Medias

 

6 Febbraio 2021 

 

Buongiorno Paolo,

 

Abbiamo deciso di intervistarti perché da anni seguiamo il tuo lavoro, Michela Deni inizialmente come collega poi attraverso incontri, conferenze e pubblicazioni; Natalia Derossi come giovane studiosa da qualche anno interessata al legame tra ecologia, design e filosofia.

 

Ciò che di te ci ha sempre colpito, in quanto designer, architetto e docente è stata la tua lucida lungimiranza sulle ragioni e le responsabilità del design. Lungimiranza che in molti casi ci è sembrata provocatoria, poi con il tempo, abbiamo capito che avevi ragione e che semplicemente sei sempre stato un precursore come mostra il tuo percorso a partire dagli anni Sessanta quando a Firenze con A.Branzi, G.Corretti e M.Morozzi, hai fondato lo studio di Architettura Radicale ”Archizoom”.

 

 1)MD - ND :  - Puoi raccontarci com’è andata? Perché avete fondato Archizoom, cosa ha significato allora e perché ancora oggi quell’esperienza è citata e ripresa in Italia e all’estero ? Cosa rimane oggi del Design radicale ?

Io e Massimo Morozzi eravamo compagni di corso, ci siamo incontrati più nelle  manifestazioni che nelle aule, lui allora militante  di area cattolica, io con una precedente esperienza nel Partito socialista nel mio paese. Il padre di Massimo ci passava dei lavoretti, abbiamo cominciato fin dal secondo anno a lavorare insieme. I lavoretti  poi sono diventati l’importante collaborazione al restauro di Orsanmichele .

Io sbiennai in due anni, Massimo no, si dovette iscrivere fuori corso al secondo anno e incontrò Andrea Branzi e Gilberto Corretti e con loro fece alcuni esami di progettazione e dopo la mia laurea (febbraio 66) propose di metterci a lavorare  insieme e così nacque l’Archizoom. L’Archizzom è nato in una università attraversata dal conflitto politico, ci siamo formati  anche nelle assemblea e nelle occupazioni, attivamente partecipate anche da alcuni docenti. Si contestava  e voleva riformare  l’istituzione universitaria che volevamo  aperta e coinvolta  nel conflitto sociale capitale lavoro,  ma volevamo anche che un diverso  lavoro professionale diventasse  parte di questo conflitto. Volevamo essere i progettisti  dei soggetti ribelli, contestativi  e critici della società allora al potere. Il manifesto  la “superarchitettura” é fatta con i nostri progetti di composizione e le nostre tesi cioè con i nostri lavori da studenti. Il primo progetto è il mio, fatto con Chiappi e Marliani ed è”Una città operaia di 70.000 abitanti” tema di progettazione che noi imponemmo ai nostri docenti. Volevamo che il progettista fosse prima di tutto un lavoratore capace di un progetto critico e oppositivo, fatto a partire dalle rivendicazioni e proposte di quei soggetti allora ribelli che avevamo eletto destinatari del nostro progettare. Cosa rimane oggi forse non sta  a me  dirlo, quello che vorrei si dicesse che quell’esperienza dimostra anche oggi  che la creatività e l’innovazione di progetto  hanno bisogno di cultura politica, sempre dalla parte dei soggetti ribelli, degli esclusi dei senza potere che hanno sempre quella potenzialità al cambiamento su cui anche allora avevamo costruito il nostro progetto critico. Oggi la domanda di progetto critico  si può riassumere in questo slogan “ridateci il nostro futuro” (2247)

 

2)“MD - ND :  Hai sempre fatto attività didattica in Italia e all’estero. La didattica del design è stata sempre una delle tue preoccupazioni come indica anche il sottotitolo del tuo ultimo libro, Design Politico. Il progetto critico, ecologico e rigenerativo. Per una scuola del design del XXI secolo. Dove, cosa e come hai insegnato ?

 

Dopo la laurea ,ricevetti una Borsa di studio di 500.000 lire con cui mi comprai una Cinquecento L  FIAT che allora costava appunto 500.000 lire. Il Prof. Savioli, mio relatore di tesi, mi propose di fare l’ “assistente volontario” al suo corso, l’altro assistente e borsista era Adolfo Natalini. Savioli, docente di architettura degli interni chiese ad entrambi quale  tema di progettazione suggerivamo per il suo corso, io e Adolfo, concordi, proponemmo il Piper. Il numero  di Casabella 326 del luglio 1968  documenta con 11 pagine  e cinque  progetti di miei studenti  e quattro di Adolfo quel corso di interni. Quella pubblicazione riporta   le sole presentazione di  Savioli  e Natalini. Io avevo già rifiutato il rinnovo dell’incarico  con la motivazione  che non ero interessato a lavorare per una istituzione che avevo contestato e criticato in tutti i miei anni da studente. Avevo già l’Archizoom,  fin dal 64 lavoravo, al di fuori dell’Archizoom, come urbanista per il comune di Calenzano. Feci la professione con grande ambizione e impegno, trasformai i miei interventi nelle assemblee in violenti e polemici articoli sulle riviste di architettura. Per circa vent’anni non insegnai a parte le Summer Session alla A.A di Londra e la mia collaborazione a due corsi  di Bernhard Tschumi sempre alla A.A. Ritornai a lavorare nella scuola   quando mi si propose di insegnare all’ISIA di Roma. nell’anno Accademico 84 ,85. Mi piaceva l’ISIA perché era una  piccola scuola pubblica, diretta da un comitato scientifico fatto di uomini di cultura che nominava i docenti e questa era la differenza per me fondamentale,  essere scelto per  chiara fama non per carriera nell’università. Ho cercato di portare  il mio progetto critico e professionale nella mia didattica sempre considerando  la mia attività di docente come parte  integrante della mia attività professionale. Insegno tuttora  all’ISIA di Firenze, scuola pubblica ormai uniformata  e degradata a quella istituzione universitaria che ho sempre contestato. Il  mio  corso di design ecologico è ancora purtroppo solo un corso complementare. Speriamo che la pandemia lo faccia finalmente diventare il corso fondamentale di progettazione. Lo chiedo da quasi vent’anni.(2209)

 

3)MD - ND : Attualmente come definisci il design e come definisci l’ecologia? Perché sono concetti così  legati? 

La ricerca  della forma della merce è sempre esistita, la dimensione estetica  è comunque  un bisogno dell’umano  fin dalla costruzione dei primi utensili. Vorrei avere la cultura  transdisciplinare per dimostrare  che tutti gli esseri viventi, ricchi e poveri, del pianeta, piante, animali, vermi  e batteri aspirano sempre a dare dimensione estetica al proprio abitare. Nel tempo della produzione artigianale le Arti minori, dette anche “Arti applicate” avevano il compito di decidere e proporre  la forma delle merci costruendo, sperimentando materiali e tecniche locali, trovando la forma nello stesso processo di costruzione della merce.  Con la rivoluzione industriale e il Movimento Moderno il dar forma alle merci  diventò design. La merce andava prima inventata poi disegnata , poi ingegnerizzata infine  prodotta in grande serie. La grande fabbrica  Moderna aveva un grande bisogno di questo nuovo lavoro. Il design doveva dimostrare la superiorità anche estetica del prodotto industriale rispetto al prodotto artigianale. Il Moderno si dichiarava garante di un nuovo mondo dove la massificazione dell’estetico, non era più un privilegio e diventava un valore sempre più accessibile ai più. Tutte le discipline del progetto insieme ,urbanistica,  architettura ,interni, design e comunicazione vantavano di saper  offrire un nuovo  migliore “abitare la terra”. Ci abbiamo creduto e ci siamo impegnati , oggi quel Moderno, noi corresponsabili,  ci  sta restituendo una terra  sempre più inquinata e meno abitabile. Alla facoltà di Architettura di Firenze negli anni 60 il design era disciplina facoltativa, snobbata dalla maggioranza degli architetti. Per i vecchi architetti  la merce come la moda  era merda, indegna di impegno estetico. A noi radical impegnati nella militanza politica, contro la supponenza degli architetti, invece piaceva poter disegnare quello che pensavamo poteva essere il progetto domestico della classe operaia. Alla Biennale d’arte  del 65 esplose la PopArt americana. Il design del Moderno il design del Baushaus  per intenderci ,proponeva l’essenzialità geometrica della forma ,la priorità dell’utile, del funzionale dell’economico  del figurativamente astratto e soprattutto  la predilezione della forma più razionalmente producibile.  Noi volevamo disegnare gli utensili della società del benessere, cioè  dare forme alla classe operaia non astratte ma figurativamente intense  che avessero la qualità dell’arte e la Pop Art, l’Arte Povera, la musica di Bob Dylan le poesie di Allen Ginsberg, di Malcom X e della beat generation   erano quel di più che volevamo far entrare nella casa operaia. Il “di piu dell’utile”, come Filiberto Menna definiva il design, non doveva  più essere un prodotto elitario, un  privilegio dei ricchi. I primi prodotti Archizoom erano oggetti  geometrie rotte scavate violentate dal movimento dei corpi, forme sensuali come la “superonda”, nuove tipologie di prodotto dove il consumatore era soggetto attivo. Erano forme componibili,di grande serie, economiche, versatili, pensate per diversi usi , perché pensavamo di offrire alla classe operaia il piacere di comporre le forme  e di non subirle passivamente. Contestavamo e cercavamo alternative  al  design del Moderno, quello più produttivista, geometrico, minimale, assoluto come il  “Cubo” di Munari, anche  se aveva certo  il successo del mercato e il consenso dell’industria.   E’ quel design produttivista che riuscì presto ad espellere prima dall’universita e poi dalle riviste e poi  definitivamente dal mercato il nostro superamento del Moderno, relegandolo a prodotto elittario. Proprio perché diverso, dissacrante, era adatto ai collezionisti  mentre noi avevamo sperato ,c’eravamo illusi, potesse essere la forma dell’abitare operaio. La massificazione dell’estetico è  oggi un processo concluso, l’ecologia ha oggi un  nuovo compito fondamentale contribuire a elaborare il nuovo progetto crititco che partecipare al progetto di conversione ecologica delle merci. Questo è il progetto critico oggi: dimostrare la bellezza e superiorità  della merce ecologica avendo ben presente che l’ecologico non deve essere  parte della la restaurazione del lusso e del privilegio ma la diffusione dell’ecologico e dell’estetico  a tutte le merci  Così il design può rispondere ai nuovi ribelli che  gridano: “ridateci il nostro  futuro che ci avete scippato”.(4382)

 

4)MD - ND :   Quando nel tuo ultimo libro affermi che è necessario riportare l’analisi politica del progetto nelle  scuole, cosa intendi ?

 

Come ho già detto  abbiamo “imparato” anche facendo assemblee e occupazioni. Fin dalla fine  degli anni 70 iniziò quella repressione di una cultura politica  quale la nostra era. Si  cominciò a separare  nella scuola le discipline  del progetto, prima tra di loro con una logica specialistica e professionalizzante, per impedire di avere visioni complessive, poi ad una, ad una,  tutte le discipline del progetto vennero separate  e considerate indipendenti  tra loro e autonome dalla politica. Studenti con cultura politica erano potenziali ribelli, potenziali alleati di una classe operaia allora ancora forte e all’opposizione. La scuola doveva formare professionisti acritici, insegnare un mestiere, non formare degli intellettuali, dei progettisti critici e autonomi, capaci di criticare e  contestare  la committenza. Quei docenti che hanno cancellato la politica come parte della cultura, che hanno insegnato l’autonomia dalla politica delle loro discipline  hanno una pesante responsabilità morale e sociale. Mi viene in mente una citazione del John Maynard Keynes, che riporta la Kate Raworth (pag 289), che mi piace molto: “il grande economista  (direi io  anche il grande progettista ) deve possedere una rara combinazione di doni ..Deve essere un matematico,uno storico, uno statista, un filosofo…Deve studiare il presente alla luce del passato per gli scopi del futuro. Nessuna parte della natura dell’uomo  o delle sue istituzioni deve sfuggire  al suo interesse”.Noi abbiamo cercato allora e siamo ancora convinti sia necessario oggi, rifiutare una formazione specialistica. La scuola deve aprirci  a quella pluralità di discipline, politica compresa,  a quella trandisciplinarietà  che ci permetteva allora  e ci  può permettere  sempre quando progettiamo di capire , per chi progettiamo e negli interessi di chi. La politica ci portava ad orecchiare l’economia, ed era la prima disciplina che nel tempo del piano doveva entrare nella nostra cultura di progettisti, Quaroni il docente di Urbanistica, a cui io ero molto legato, ci faceva un corso di sociologia urbana, e ci insegnava a interrogarci  su quale città e quale architettura dovevamo progettare per quella  nuova classe operaia venuta, dal Sud  nelle grandi città fabbrica. Nel mio “design politico” cerco di prefigurare quella articolazione di competenze disciplinari, quei “doni”necessari al progetto che aiutino gli studenti a non essere subalterni al mercato e a chi glielo descrive con toni più o meno veritieri. Un progettista deve secondo me, prima di tutto,  saper scegliere cosa progettare. Non erano certo i docenti di composizione architettonica che  ci avevano detto di fare il progetto di “una città operaia di 70.000 abitanti” Negli anni 60  partecipavamo al conflitto di classe dentro e fuori dall’università  e rivendicavamo “piu salario ,meno lavoro” contro  l’ingiustizia della cinica finalità produttivistica del progetto Moderno. Oggi  i movimenti Ecologisti, Friday for future , Extension rebellion  e altri  chiedono “futuro”, un futuro scippato,prima ancora che  lavoro e salario.  Riconoscono  inoltre come unica verità la scienza. Impariamo a progettare a partire dai  i report degli scienziati  dell’ “Intergovernamental Panel On Climate Change (IPCC)  l’organismo delle Nazioni Unite che fa il punto sul progressivo degrado del pianeta terra e della abitabilità nel pianeta e non a partire dalle indicazioni del  marketing.(3445)

 

5)MD - ND :   Come conciliare concretamente nel design l’arte, l’ecologia e la politica passando da una dimensione teorica a una concreta?(metto insieme questa domanda con la domanda 7) 7)MD - ND : Nel tuo libro indichi la necessità dello studio dell’antropologia nelle istituzioni dove si  insegna il design, perché l’antropologia ? è una disciplina sottovalutata secondo te ? Vedi domanda 5

 

 Mi chiedete di essere realista. Non chiedo di meglio anche se in tutta la mia vita i miei molti denigratori nella scuola e nella professione  mi dicevano e mi dicono che sono un utopista, uno che non sa guardare  e misurarsi con la “realtà”. Il Movimento Moderno ci aveva insegnato ad usare il design per occidentalizzare il mondo, avevamo inventato compiaciuti l’ “international style”. Dovevamo convincere il mondo intero, la molteplicità delle diverse culture e  dei diversi progetti di vita del pianeta terra, a usare la sedia in plastica da noi disegnata. E ci siamo in parte riusciti, anche se le gambe delle nostre sedie bucavano i tatami delle  case giapponesi.

 Io propongo agli studenti la ri-territorializzazione del design esattamente l’opposto di quell’”international style” e di quell’occidentalizzazione del mondo che tanto interessava il capitalismo del Moderno . Insegno  poi a progettare il riuso del già prodotto, aggiornato alla contemporaneità, contro l’attitudine della obsolescenza rapida tanto presente nella strategie di consumo della grande azienda perché il riuso serve a prolungare la vita delle merci, a contenere i consumi, a  rimandare il più possibile il già prodotto a diventare scarto, spazzatura perché dobbiamo smettere di considerare infinite le risorse del pianeta e la terra una discarica. La ri-territorializzazione deve aiutarci a riscoprire e valorizzare materiali locali che la plastica col design moderno ha sostituito, cancellato in quanto sinonimo di arretratezza. Ai miei studenti è “proibito” usare materiali plastici nei loro progetti. Promuovo comunque  capacità produttive non nostalgicamente artigianali e manuali ma aggiornate anche ad una attenta selezione critica delle innovazioni tecnologiche. Usiamo il LED  che consuma poco e i motori elettrici che inquinano meno  ma a condizione che usino  elettricità prodotta con l’idrogeno verde. Smettiamolo di costruire tutto con le grandi fabbriche e promuoviamo una produzione diffusa in tutti i territori dove quelle merci vengono consumate, arriviamo al Km0, ai GAS (Gruppi di acquisto solidali) ,all’autoproduzione di energia dal sole sui tetti di  ogni casa, liberiamoci dalle centrali, dalla grande fabbrica, dal supermercato e dai centri commerciali  a favore di territori capaci  di autonomia produttiva ricchi di  GAS ma anche di  mercati rionali, mercati che non sono edifici e che  si allestiscono ogni settimana e poi si smontano. Finalmente  dopo la pandemia cominciamo a parlare di pezzi di città che in 15 minuti di cammino trovano tutti i servizi fondamentali per la vita urbana. E’ tutto il progetto del Moderno  costruito sull’auto e il  petrolio a basso costo, di cui la nostra disciplina é stata corresponsabile coautrice  nella   distruzione dell’abitabilità del nostro pianeta, che va buttato. Broken nature, è la fondamentale  mostra  di design curata alla Triennale di Milano due anni fa . Non verrà certo riaggiustata questa natura distrutta, molti sono i limiti anche di un progetto rigenerativo, ma  nell’era dell’antropocene, contro un uomo egemone e sempre più arrogante, dovremo trovare un nuovo equilibrio tra  uomo e  natura non ulteriormente distruttivo di questa  abitabilità sempre più a rischio.. Dice Slavoi Zizek che “ dobbiamo vedere chiaramente il rischio di estinzione in cui oggi il capitalismo ci sta infilando”.Da tempo alluvioni, uragani, ondate di calore, disastri ambientali da  Bophal ,Seveso, Chernobil e Fukushima, ghiacciai che scompaiono, laghi che si prosciugano, foreste che si incendiano. hanno creato una alterazione distruttiva dell’abitabilità del nostro pianeta. E’ l’antropologia quella disciplina che ci può aiutare a  ripensare e trovare un nuovo equilibrio non distruttivo tra  l’uomo  e natura. Questa broken nature ,che abbiamo creato, potremo rigenerarla, in alcune sue parti, ma non riportare ad un qualche stato ormai irrimediabilmente perduto.  L’antropologia è la scienza che prima di tutto ci dice che l’uomo è uno dei tanti e non il principe degli  esseri viventi del pianeta terra, tutti ugualmente necessari l’uno all’altro. Ci fa vedere come  e quanto diversa è la vita di quell’umano che vive nella  e della vita di una” natura selvaggia” come ci racconta l’antropologo Bruce Albert nel libro di Davi Kopenawa, portavoce della popolazione indigena che vive nella foresta amazzonica brasiliana. E’ l’antropologia che ci fa capire che non è vero che quella vita è una vita peggiore o disperata ma solo diversa ma della cui esistenza tutti anche noi prima  “Moderni “ e poi Post moderni” e neo liberisti , per quanto ignoranti, abbiamo bisogno. Ci fa inoltre riflettere su  come diversi stati di natura   possono generare diverse culture dell’abitare tutte diversamente valide e per tutti utili. Quali merci, quali utensili per l’abitare, quali progetti di vita, nelle diversamente distrutte nature del pianeta, si dovranno  inventare  per recuperarne e comunque difenderne il più possibile l’abitabilità in quei diversi territori ? Non cadiamo nella stupida e arrogante presunzione di essere noi quelli che dovranno progettare i loro utensili, i loro processi  produttivi, le loro merci con i “nostri” materiali”,le nostre tecniche  i nostri progetti di vita. Il filosofo Jacques Rancier col suo “il maestro ignorante” ci da un indicazione illuminante. Proponiamoci come maestri ignoranti che vanno dentro la loro vita, la loro storia, il loro territorio, il loro equilibrio con la natura e impariamo con loro ad aggiornare le loro tecniche, valorizzare i loro materiali, collaborare al progetto di  utensili e merci capaci di migliorare la qualità dell’abitabilità di quei territori. Riusciremmo forse cosi ad usare il nostro saper progettare per contribuire a migliorare la  loro autonomia materiale ed intellettuale  umilmente sapendo che  noi “maestri ignoranti” da loro molto possiamo imparare anche per abitare i nostri sempre più inabitabili  territori. Se non avessi i miei anni, come dico nel mio libretto, mi piacerebbe andare in Etiopia, e ad Adis Abeba  ,dove ho un caro  amico architetto, tentare questo progetto da maestro ignorante dopo aver umilmente studiato con gli antropologi la storia del rapporto di quegli abitanti  con il loro “naturale” (6237)

 

6)MD - ND :  Vi sono state delle influenze (accademiche e non) che ti hanno portato ad accostare la riflessione ecologica a quella del design ? 

 

 L’ecologia allora non era presente nelle nostre discipline. Certamente molto devo alle ricerche di Ezio Manzini ma sono i testi di economia ed antropologia che più mi hanno guidato nella mia riflessione politica. Vi propongo quattro  libri che come dico anche nella presentazione del mio libretto cito come testi fondamentali per la mia visione progettuale oggi.

Kate Raworth :”L’economia della ciambella” ,sottotitolo:sette mosse per pensare come un economista del XXI Secolo. Edizioni Ambiente 2017. Questo eccezionale libro,antiaccademico, si pone il problema di rifondare la disciplina economica che si continua a insegnare agli studenti di economia, come io senza presunzioni, cerco di fare per il design. Questo libro dimostra la veridicità di un assunto fondamentale:”crisi ecologica e crisi sociale hanno la stessa radice e possono trovare ragione in un’unica progettualità “. Questo è quanto tra l’altro afferma anche  Paolo Cacciari in “il manifesto”martedi 19 Gennaio 2021” e vorrei diventasse la verità prima del progetto oggi.

Guido Viale :”La conversione ecologica” sottotitolo:there is no alternative Editore NDA press 2011. Questo è un libro che dimostra quanto la conversione ecologica delle merci è una necessità irrimandabile e ci fa capire che il design  oggi deve dare  da consenso estetico alle  sole merci ecologiche e questo non  è vizio ideologico ma una necessità  che continuamente ci dimostrano  i  realisti resoconti dell ‘ IPCC

Giuseppe De Marzo “Buern vivir”sottotitolo:per una nuova democrazia della Terra Editore :Ediesse 2009

Questo libro mostra come una tradizione  e cultura e “ ideologia  di matrice animista” (vorrei riabilitare il concetto di ideologia)   ha permesso  alle popolazioni Indios   ricche  di un diverso rapporto tra essere umano e natura , di arrivata a  difendere e dare valore ai “diritti della Natura” e a produrre finalmente  delle  nuove costituzioni quelle per noi materialist, rivoluzionarie della Bolivia (2009) e dell’Ecquador (2008) . Nel libro si sviluppa inoltre   un concetto fondamentale che è l’ “ecologismo  dei poveri” da contrapporre all’ecologia dei ricchi.(2125)

   

 

8)MD-ND : Sei stato uno dei primi designer italiani a pensare all’autoproduzione grazie al digitale, ancora prima della nascita dei fablab, com'è cambiato il ruolo del designer e in particolare il tuo a partire dalla diffusione di queste pratiche ?

 

 Il prototipo della Superonda lo costruii  in compensato con Romano un geniale falegname che aveva realizzato il corrimano in legno della scala di Orsanmichele. I primi nostri progetti erano auto costruiti o costruiti in collaborazione, ma erano dei modelli al vero  o prototipi, molto approssimati da proporre alle aziende, che è cosa ben diversa dall’auto produzione. In quegli anni si sperava e chiedeva una industria diversa non l’autoproduzione. Nel 2013 Denis Santachiara mi invitò insieme a Franco Raggi Sandro Mendini Alberto Meda ed altri più giovani a partecipare ad un suo progetto:Ilprogetto Cyrcus.it che è”una piattaforma il cui primo headline recita cosi: movimento/azienda di design autoriale che produce e vende online, attraverso processi di digital fabrication” (Denis .Santachiara :Download design”Edizioni FFM.) Dei due prodotti da me disegnati per Cyrcus .it non s’è n’é venduto neanche uno . Chiederei a Santachiara una approfondita riflessione su questo tema dell’autoproduzione e il suo possibile futuro. (1022)

 

9)MD-ND : Tornando alla questione dell’ecologia, pensi che il design sia in grado di proporre un modo in cui espansione urbana e invenzioni tecnologiche possano rientrare nei limiti imposti dall’ecosistema circostante ? 

Il design può essere solo parte di un progetto dell’abitare complessivo che coinvolge tutte le discipline del progeto ed è parte di un progetto politico che non può altro essere che la difesa e il miglioramento dell’abitabilità del pianeta. Io ho operato in tutte le discipline del progetto dall’Urbanistica, al restauro ,all’architettura del nuovo all’interior design ,al design e considero gli specialismi disciplinari una involuzione produttivistica imposta dal fordismo e dal Moderno. Dico questo perché penso che anche il design liberato dalla sua vocazione specialistica che è oggi arrivata all’assurdo che ci si specializza sulla progettazione di una tipologia  specifica di merce, per cui abbiamo il furniture design, il light design, il car design, urban design ecc. deve essere una delle discipline del progetto che si apre e collabora con le altre discipline del progetto. Per fare un esempio io non chiedo ai miei studenti di progettare una bicicletta, magari elettrica con tutti i problemi della  batteria, ma una pista ciclabile in una specifica realtà urbana quali  il centro storico di Firenze o i viali alberati di Milano e gli chiedo di progettare questa singola merce come parte di una nuova mobilità che comporta una nuova idea di città e che è parte di un progetto di conversione ecologica di tutte le merci. Questo significa che il motore umano è migliore del motorino elettrico alimentato da una batteria che non sappiamo come smaltire e riciclare (l’invenzione tecnologica è ancora molto carente su questo tema) e chiedo di guardarsi Amsterdam e come oggi può e deve cambiare tutta la mobilità urbana  ma anche  la stessa idea di abitabilità urbana o non urbana (1686)

 

10)MD-ND : Sostieni da sempre la necessità dell’economia circolare, rigenerativa, l’importanza della riterritorializzazione e le pratiche di riuso. Qual è il tuo ruolo di designer in questo contesto ? Quali sono i limiti del design come forza per attualizzare un cambiamento ?

 

Da molto tempo ho smesso di fare la professione, progetto mostre ma soprattutto mi dedico all’insegnamento. Vorrei costruire nella scuola quelle modalità di progetto  critico quelle proposte progettuali che una nuova generazione di progettisti avrà, io spero, la possibilità di realizzare. Cosa può fare il design per attualizzare il cambiamento . Molto nei limiti del progetto della forma delle  merci, poco di fronte ad una società che propone cambiamenti che difendono lo stato presente delle cose e rimandano, rimandano dimenticando ogni giorno che “there is no alternative”  Comincio sempre i miei corsi mostrando queste immagini (pianeta terra, biennale di architettura di Benezia,broken nature ,allevamento di polli, corona virus e da un mese le manifestazioni dei contadini indiani.) per ricordare sempre che questo è il tempo e i problemi  a cui siamo chiamati a rispondere col  progetto. Da anni le strategie del padiglione tedesco in Biennale del 2011 “reuse ,reciclin, reduce”,a cui si aggiungono l’economia circolare,rigenerativa , la ri territorializzazione, la de-carbonizzazzione  sono presenti in tutte le discipline del progetto, ma la committenza di progetto va maggioritariamente in tutt’altra direzione ed é sempre più  orientata a cambiare qualcosa per non cambiare niente. Per questo insisto su  una radicale ridefinizione  di tutte le discipline di progetto e del design in particolare come ha già fatto Kate Raworth con l’economia. È la scuola quella realtà di cui le nuove generazioni si devono riappropriare per rivendicare la messa a fuoco delle nuove finalità del progetto. La scuola  e non certo l’azienda può  promuovere nuova committenza nuova ricerca nuovo progetto, nuovo sapere . Sta cambiando tutto  molto lentamente e con molte ambiguità.  Nel frattempo, nuove strategie politiche delle grandi istituzioni a partire dal “Next Generation UE”  sembrano chiederci una conversione ecologica della produzione, dei consumi e dei servizi. Anche i grandi capitalisti riuniti a Davos parlano di “nuovo modello di sviluppo” e si  interrogano sui limiti del capitalismo “amorale”. Siamo agli inizi, inizi da criticare con grande severità, comunque  in terribile ritardo. Il nostro contributo è far diventare la scuola un laboratorio che elabora sperimenta  le  nuove finalità di progetto, destinate a cambiare radicalmente tutta la nostra disciplina. Abbiamo un lavoro enorme da fare ,di cui non sappiamo renderci conto: dare consenso estetico ad una reale e non apparente e furba, mistificante, conversione ecologica delle merci..(2939)

 

11)MD-ND : Ci piacerebbe conoscere la tua opinione riguardo alcuni paradossi nel design: nel primo caso, quando il progetto di una proposta ecologica riposa su una tecnologia che a sua volta ha costi energetici insensati (pensiamo per esempio alle bioraffinerie di ultime generazione, o alla robotica ‘verde’) ; oppure ancora quando un’intenzione ecologica richiede metodologie di produzione così raffinate e dispendiose per cui il prodotto finale è elitario. Come si conciliano questi aspetti con un “design politico”?

 

Sull’ultimo  numero di Domus c’e una penosa tavola rotonda  che cerca di giustificare il lusso. La tesi portante é che noi designer ci salviamo l’anima con l’occupazione che  il mercato del lusso genera. Ma a nessuno viene in mente di dire che il mercato del lusso cresce perché cresce quell’esasperazione delle disuguaglianze imposte dal Neo liberismo. Giustamente L.Huntewr Lovins presidente del Natural Capitalism Solutions  definisce il libro della Kate Raworth il miglior antidoto possibile al Neoliberismo. Di tutti i capitalismi finora succedutisi il Neoliberismo è il più amorale, interamente costruito sull’esasperazione delle disuguaglianze. Se ne sono accorti anche al Forum di Davos e osano parlare di un nuovo modello di sviluppo e di etica del capitale. Impariamo a non lasciarci incantare. Anche noi quando disegnavamo per Cassina, partivamo dall’alto dei consumi elitari, illudendoci di essere quel cavallo di troia che, dall’alto, avrebbe indotto il cambiamento di tutte le merci, e siamo stati  poi degradati a progettisti per  collezionisti.  Non ripetiamo questo errore. Sul  numero di oggi del Corriere  della sera, (venerdi 29 Gennaio 2021 pag.35) c’è un piccolo resoconto dal titolo “Il fondo Kering” che vi leggo.”: questo fondo “nei prossimi cinque anni convertirà in agricoltura rigenerativa un milione di ettari di terreni e paesaggi agricoli in cui sono prodotte le materie prime  per le supply chain della moda .Promuovere la quantità e la qualità delle materie prime naturali per l’industria della moda e del lusso ottenute con le tecniche rigenerative , è uno degli obbiettivi principali del Rigenerative Fund per Nature”.L’ecologia è diventata di moda nel lusso, per i prodotti di lusso la consiglia anche il marketing. A  Milano c’é  una scuola di design che compiaciuta si chiama “accademia del Lusso,”  ma il mercato del lusso è una “nicchia” che poco può incidere sull’ infinità delle merci  complessivamente inquinanti. Ancora una volta come già fu per il Moderno il design può dare un contributo significativo se riesce a  incidere sulle grandi produzioni. Di qui la necessità di investire non certo nell’Accademia del Lusso, ma nell’ università pubblica  capace di candidarsi a laboratorio di sperimentazione, promozione , ricerca e formazione  di  progettisti impegnati in questa conversione estesa a tutte le merci anche quelle povere e di basso costo. Se mostriamo intenzionalità affidabili e competenze possiamo far convergere sulle nostre scuole quei progetti di ricerca che nuovi programmi  politici tipo Nex Generation UE hanno assolutamente bisogno di realizzare se vogliono essere credibili. Le nostre scuole diventino capaci di rivendicare committenze per  promuovere e rogettare  processi produttivi e distributivi non inquinanti  che realizzano e distribuiscono  merci ecologiche povere e diverse a cui noi  sappiamo dare bellezza. Di più non possiamo fare ma sarebbe già molto. De Marzo parla dell’ecologismo dei poveri, facciamo diventare le ISIA le accademie dell’ecologismo dei poveri.(3009)

Testo francese - French original test:

https://journal.dampress.org/words/interview-de-paolo-deganello