Rivoltiamo la disciplina come un guanto

 

Convegno "Less is Next" - Firenze, Isia, 2008

 

La mia relazione al convegno “Less is Next” inizia con due immagini a confronto: lo spremiagrumi di Starck per Alessi e una ruota porta acqua ripresa dal catalogo della mostra “Design for the other 90%” tenuta al “Smithsonian’s Cooper –Hewitt di New York nel settembre 2007. Ho in sintesi sostenuto che il design che abbiamo fatto e insegnato fino adesso,il design dello spremi agrumi di Starck,oggi di fronte alla crisi e alla sempre più drammatica distruzione delle risorse del pianeta non ha più senso. Ho proposto, e questo propongo da alcuni anni, di cambiare tutte le nostre scuole in scuole del design solidale e/o sostenibile, ho inoltre sostenuto che tutte le discipline del progetto cioè quelle discipline dedite al disegno dell’abitabilità del pianeta,design, architettura,urbanistica,disegno del paesaggio devono essere rimesse in discussione a partire da un dato di fatto che tutti conosciamo che le risorse del pianeta sono sempre più insufficienti, e che se continuiamo cosi nel 2050,come sostiene il Wwf l’umanità,cioe i nostri figli, avranno bisogno di due pianeti terra per sopravvive.

Condivido la proposta di Burkhardt di un “progetto globale” interdisciplinare che riscopra la dimensione etica del progetto e una teoria del progetto accantonata nell’ossessionante e acritica adesione ad una visione solo economicistica del progetto stesso .

Questo testo riprende molti dei temi proposti nella mia relazione e con maggior attenzione quelli ripresi da altri relatori,e continua una discussione in corso soprattutto con Giuseppe Furlanis,promotore di questo convegno ed Emilio Novati,fisico che si diletta di economia e benessere, alla ricerca di un design per il dopo la crisi,per quella che Rifkin e molti altri chiamano la terza rivoluzione industriale. Nella mia relazione ho osato sostenere l’ipotesi,nell’irritazione incredula di molti che la società del benessere sia arrivata al capolinea e che la crisi,questa crisi planetaria ci imporrà un nuovo design,un progetto globale appunto di cui il design è parte ...”sobrio” lo ha definito Emilio Novati,capace di soddisfare un evoluzione dei consumi verso una “agiata temperanza” lo profetizza per l’Italia Giuseppe De Rita, design espressione di una nuova “parsimonia felice” io vorrei proporlo.

Il design del moderno ha ben rappresentato lo scenario della società del benessere,ignorava il concetto di limite, pensava sempre in termini di risorse illimitate ed inesauribili,a cavallo della grande serie vedeva realizzarsi il grande sogno di una diffusione di massa dell'estetico attraverso le merci. L’International Stile, attraverso la forma delle merci ha contribuito all’occidentalizzazione del mondo, si e diffuso con la conquista dei nuovi mercati e ha contribuito alla sottomissione all’egemonia occidentale di molti territori,contribuendo a distruggere con una strategia di rapina di risorse e materie prime, insieme alle autonomie e autosufficienze produttive le autonomie e autosufficienze culturali.

Che fare oggi di fronte ad un pianeta depredato dalle risorse sempre più insufficienti,dove la fame dei molti rende anche nauseante i nostri privilegi?

L'arte,ancora elitaria,privilegio dei pochi potenti, spodestata col moderno in quanto unica depositaria dell'estetico ha cercato di reggere l'urto della massificazione dell’estetico inglobando le nuove forme d'arte massificabili,cinema, fotografia ,videoarte,musica,design, ha poi trasformato i musei in un ibrido un pò supermercato,un pò galleria d'arte ,un pò luna park delle sorprese infinite,delle visuali imprevedibili e incredibili ma anche della meravigliosa domesticità e banalità del vivere,ed è così diventato meta dei pullman del tour tutto compreso. Si fa la coda per il David a Firenze perchè tutta l'umanità,o meglio quella dell'emisfero del benessere, almeno una volta deve far la coda in via dell'Accademia ..aspettando il David .. ma si è fatta la coda anche per vedere una mostra di motociclette al Guggenheim di Bilbao e ormai nell’emisfero del benessere moltissimi sono i musei che espongono merci ben disegnate. Il compito fondamentale ,nobile del design di massificare l’estetico estetizzando la merce si può dire concluso. Oggi in questa generale restaurazione di tutti i privilegi,in questo tragico ritorno di una destra come sempre camuffata col populismo e l’efficienza e l’emergenza,si tende a restaurare anche la dimensione elittaria dell’estetico. Questa restaurazione passa attraverso la restaurazione dell’artigianato,del pezzo unico dell’opera da collezione venduto nelle gallerie. L’arte ,la ricerca della forma nel modello nel prototipo anche nell’oggetto d’arte, nel pezzo unico è certamente parte integrante della ricerca del disegno della merce,ma privilegiare un lento strisciante ritorno del design verso mamma arte che rischia di essere solo una scopiazzatura pseudo artistica dell’utensile comporta il grave rischio di una divaricazione nella disciplina tra i designer artisti separati dai designer ingegneri. Il fascino di questa disciplina sta nel saper coniugare l’innovazione tecnologica con l’innovazione sociale e l’innovazione estetica per produrre la grande serie,la divulgazione, massificazione dell’estetico (Nota :rimando alla lettera alla redazione di Interni pubblicata su Interni 573) Il grande progetto oggi per il design non può essere l’accettata marginalizzazione dell’estetico nel lusso e nel pezzo unico o in una semplice dichiarazione di buoni propositi, può solo essere promozione di consenso a merci,prodotti di grande serie che soli incidono e possono ridurre drasticamente lo spreco di risorse e contemporaneamente ridare autonomia produttive ai molti territori espropriati di tutto in nome del nostro benessere occidentale.

Emilio Novati ricorda giustamente come il “disaccoppiameto” tra crescita del Pil e crescita del benessere in Italia sia avvenuto negli anni 70. Da quella data in poi cresce il Pil, e, cresce sempre meno, fino a non crescer più ,il benessere. IL dato è interessante, non sono in grado di leggere i termini di questo disaccoppiamento fino al tempo presente,tento delle ipotesi,butto sul tavolo dei pezzi di lettura sperando che altri siano in grado di approfondirli, quello che mi sembra significativo notare è che, proprio a cavallo degli anni 70, matura quella contestazione che lentamente ma inesorabilmente mette in discussione alcuni degli assunti fondamentali di quello che definiamo “design moderno”,quello di Diter Rams e della Braun per intenderci ….oggi per l’appunto, anche in nome della crisi, in odore di insistente riabilitazione( Nota:Si veda a questo proposito la mostra “super normal” pubblicata su Domusn.894)

In quegli anni infatti entra in crisi il mito della grande serie in nome delle serie mirate alle diverse tribù di consumatori, entra in crisi l’idea che l’innovazione tecnologica sia di per sè automaticamente sinonimo di progresso e di nuova bella forma, si riconoscono i limiti del funzionalismo e della bellezza funzionale e produttivistica e si riapre la ricerca di un consenso sulla merce che deve mostrare qualcosa di più delle sue qualità prestazionali:alla qualità di utensile della merce si chiede di sommare la capacita di fascinazione,la dimensione del sogno e del poetico.

La contestazione del moderno si realizza sul piano formale rifiutando l’astrazione geometrica, che tanto aveva dato in termini di semplificazione produttiva non più necessaria con le macchine a controllo numerico, a vantaggio della riscoperta della figurazione del decoro, del colore, dell’organico, dell’immagine non solo tecnica dell’utensile. Pensiamo alla Valentina per Olivetti e allo specchio Rosa di Sottsass,alla Superonda e al Safari di Archizoom ecc.ecc. I prodotti radical sono prima di tutto innovazioni tipologiche che promuovono diverse modalità d’uso di utensili figurativamente densi non certo astratti realizzati con i nuovi materiali,innaturali ,sintetici.Sono complessificazione, ibridazione del testo figurativo che stanno dentro il conflitto sociale (si veda il mio articolo su Domus 908) ed usano i linguaggi popolari che attraverso la pop art e i radical erano entrate prepotentemente nel disegno degli oggetti della domesticità.Non temono il volgare che usano contro il perbenismo elittario che poi riemergerà col minimalismo,e lavorano, almeno nelle intenzioni, per la grande serie,per un consenso diffuso e popolare. Liquidano come oggetti tristi,rinunciatari al piacere, senza vita, gli utensili rigorosi,ospedalieri, razionali del moderno. Le innovazioni radical hanno grande successo massmediale,quasi nullo successo di mercato .Mi si autorizzi a proporre in questo testo l’AeO per Cassina(progetto Archizoom/Deganello)perché i prodotti servono molto di più delle parole a far vedere.AeO,anno 1974,progetto del 1972-73,è l’ innovazione tipologica e formale che conclude l’esperienza radical……E’prima di tutto un oggetto povero,Germano Celant lo acquisisce come parte dell’arte povera, assemblato per parti,facilmente smontabili e intercambiabili,pensato per essere spedito smontato in una scatola piatta di 100x70x17 che l’utente doveva montarsi,cambia di colore,decoro, immagine a seconda del tessuto- schienale che l’utente con facilità gli infila e cambia a seconda di come sempre l’utente diversamente lo compone. Si contrapponeva alla ricca gonfia obesità, tutta schiuma, della Soriana di Tobia Scarpa sempre disegnata per Cassina che in quegli anni aveva vinto il compasso d’oro,era l’arte povera contro l’opulenza,costava poco più di 100.000 mila lire era stata progettata come un componibile senza braccioli,con un organica sensuale ironica aforma di piedi di papera base in plastica, con ai lati dei ripiani porta oggetti e uno schienale “secco”, senza schiuma, di tela olona che prendeva la forma della schiena di chi si sedeva. E ancora in produzione dopo 35 anni nella soluzione più convenzionale con braccioli,è stata su tutte le riviste, in molti musei, in 35 anni ne sono state vendute appena 3000 copie ,ad un prezzo sempre meno povero, sempre più esoso e spedite le ultime,circa 2000, gia montate. Rispetto non solo alla Soriana ma allo drammatico scenario dello spreco dell’esibizione del lusso,dell’arroganza di quei Suv che definiamo merce simbolo dell’era berlusconiana, può essere vista e proposta oggi come una anticipazione di quella “parsimonia felice” che in risposta alla crisi vo cercando….a condizione che non diventi nostalgia recupero retro di un passato non rieditabile.


Ritornando al disaccoppiamento tra PIL e benessere quando il moderno col suo tecnicismo e col suo produttivismo non riesce più ad andare oltre a quel benessere materiale,a quella disponibilità di utensili che l’uscita dall’indigenza esigeva, obbiettivo primario su cui il moderno aveva costruito la sua legittimazione e si spreca nei formalismi nel lusso dello spreco dell’opulenza dell’arroganza del ricco allora non da più crescita di benessere ma solo crescita del Pil sempre più concentrato in termini di ricchezza nelle mani di sempre meno più ricchi. Oltre un certo limite un ulteriore incremento quantitativo,una esasperazione del privilegio non da più incremento di benessere, ne di consumi e genera sovraproduzione,questo sembra essere il dato e la società del benessere si gonfia,ritorna ad essere opulente come la Soriana produce via via in una crescita allucinante obesità ed infelicità da privilegio…………..e alla militanza politica del diffondersi del moderno degli anni sessanta si sostituisce significativamente,avendo perso ogni speranza sul cambiamento , il volontariato degli anni 80/90,che oggi continua quale lotta alla solitudine e bisogno di solidarietà,……….che un benessere sempre più motivato sul possesso del sempre di più non riesce a soddisfare. Le nuove generazioni non vedono più futuro,allevate col game boy e Mediaset imbottiti di merendine o si identificano totalmente con l’ideologia del quattrino e sognano il Suv merce simbolo degli epigoni della società del benessere o escono dal mercato,rifiutano “The milionaire” e si interrogano sulle sempre più mostruose mille iniquità del pianeta dove il 20% della popolazione ,quella benestante,rivendica il diritto d’uso dell’80% delle risorse mondiali.



Starck e il suo spremiagrumi sono figli del radical e sono la realizzazione del consenso commerciale al radical.

Lo spremi agrumi di Starck costava nel 1989 90.000 lire,se ne son venduti più di due milioni,oggi ancora si vende bene, costa circa 100 euro è una scultura domestica di serie alla portata di tutti che fa “figo” regalare e che fa “figo” far vedere in casa come soprammobile Si sbaglia a liquidarlo con il problema dei semi,non è un utensile da usare ,è un finto utensile da regalare che sembra una scultura con richiami animal-naturalistici,forma organica sembra un ragno, che chi è "in" deve possedere.... e far vedere che lo possiede. La sua funzionalità sta nell’essere un oggetto regalo non un utensile,la sua genialità sta nel essere un regalo originale alla portata di chiunque viva nella società del benessere,un opera d’arte di grande serie all’accessibile prezzo per gli abitanti della società del benessere di 100 euro. Sta in tutti i musei del design, su tutte le copertine di testi di design fondamentali come quello di Baudrillard o Carmagnola,come la venere di Botticelli sta nell’enciclopedie dell’arte vendute insieme ai quotidiani,si continuerà a vendere nell’India di “The milionarie”,nella Russia dei Putin ,nella Cina della nuova Expo,…………con questo piccolo capolavoro della società del benessere propongo di chiudere la grande avventura della società del benessere.

L’economista Giulio Sapelli, come lui stesso si definice un conservatore in politica,un liberal in economia sostiene giustamente che” a differenza di molti la crisi dell’economia reale ci sarebbe stata anche senza la crisi finanziaria.”Eravamo di fronte ad una crisi di sovrapproduzione,la crisi finanziaria si è sovrapposta, non è stata la causa………..dice inoltre:io non sono convinto che il proliferare della legislazione possa risolvere i problemi che ereditiamo dalla crisi. Sono piuttosto convinto che si debba piuttosto tornare ad un etica degli affari”(da intervista A Il manifesto 26 marzo 2009)

Se ci fosse un etica degli affari, giustamente chiede Burkhardt un imprenditoria responsabile che è la stessa cosa, potremmo contare su un etica della committenza di progetto,oggi ancora totalmente assente, dovremmo comunque noi progettisti in attesa di una altra committenza saper proporre un etica del progetto.

Crediamo che il problema del progetto non sia oggi fare spremiagrumi più funzionali meno esibiti più tecnici,capaci di risolvere il problema dei semi nella spremuta,ne riscoprire l’utensile, come propongono col Super Normal Morrison e Fukasawa (Domus n.894) Ritorniamo certo al valore d’uso delle cose contro l’economia virtuale e drogata della finanza ma non illudiamoci che basti ritornare alla mistica dell’utensile,ci sono troppi utensili oltre a troppe merci inutili. Di fronte alla sovraproduzione e alla limitatezza delle risorse dobbiamo trovare un altro significato e un'altra legittimazione alla merce.

Propongo di disegnare merci che hanno indubbia utilità sociale siano cioe comunque un bene pubblico,ma sopratutto rivendichiamo il diritto di dare con il design consenso a quelle merci che hanno una manifesta e riconosciuta “utilità pubblica”,cioè la loro esistenza è utile per i più e questo come è ovvio non si può dire per i Suv e mille altre merci simili.Ha un’utilità pubblica una merce che non inquina,che richiede poca energia per essere prodotta e usata, non solo non spreca risorse, ma promuove risparmio di energia ,materie prime,territorio,acqua,aria,è oggetto di una comunicazione esauriente e trasparente sul processo ,sull’uso,e sul suo costo, è pensata e progettata per durare a lungo e quindi da piacere nell’uso,genera identità e affetto,non diventa subito immondizia, è pensata per essere oggetto di facile manutenzione di aggiornamento e adeguamento all’evolversi dei comportamenti(Manzini),e solo e soltanto alla fine di una lunga vita è riciclabile..

Siamo stati usati per ridisegnare all’infinito le stesse merci in modo che la novità della forma alimentasse il desiderio del possesso,non ridisegniamo la Cinquecento Fiat ma un altra auto ad alta utilità pubblica, chiediamo di essere usati ,e questa è la nostra dimensione etica, per promuovere il consenso di quelle sole merci la cui produzione non sia un danno per la collettività. Come non ha più senso buttare le carte per terra così non ha più senso produrre merci che non si facciano carico della limitatezza delle risorse. In questa società una possibile concreta soluzione è la committenza promossa da agevolazioni e contributi economici garantiti dall’Istituzione pubblica come quelli per la diffusione dell’autoproduzione elettrica che deve orientare la predilezione di certe merci rispetto ad altre. Gli incentivi possono svolgere un ruolo ma fondamentale è che cambi la cultura del consumo.

Cominciamo dalle nostre scuole,cambiamo la cultura di progetto dei nostri docenti,candidiamoci ad essere imprenditori progettisti capaci di promuovere quella dimensione etica del progetto che porta a produrre

solo merci di pubblica utilità anche quando soddisfano bisogni privati. Una nostra merce paradigmatica può essere la macchina elettrica con batterie al litio…..e fa bene la Bolivia di Evo Morales a voler sfruttare direttamente questa risorsa…..(Nota si veda l’articolo di Internazionale n.789) deve l’auto elettrica generare una produzione di elettricità con risorse rinnovabili e altri processi virtuosi, ben sapendo e contrastando con tutte le nostre forze il ritorno ad una innovazione per l’innovazione che vede proprio nel “verdismo”,come giustamente osserva in Germania Burkhardt, una possibile cinica solo occasione di obsolescenza rapida delle merci.


In un manifesto-proclama presentato alla 11 Mostra Internazionale di architettura della Biennale di Venezia, pubblicato su Abitare n.486 sotto il nome di Jeremy Rifkin col titolo “Rivoluzionare l’architettura” e firmato da Eric Ruiz-Geli,Josè Luis Vallejo,Jan Jorgert e Stefano Boeri, che propone di installare in ogni copertura di edificio piccole centrali elettriche fotovoltaiche si legge nella parte conclusiva:“Noi quindi facciamo appello ai nostri colleghi architetti di tutto il mondo perché si uniscano a noi nel rivoluzionare l’architettura, con l’obbiettivo di consentire a milioni di persone di produrre energia pulita e rinnovabile propria tramite le loro attività commerciali,istituzioni pubbliche e abitazioni,e di condividere le eccedenze con altri tramite reti intelligenti di servizi pubblici,contribuendo di conseguenza a dare avvio alla Terza rivoluzione Industriale e a una nuova era post-anidride carbonica dedicata alla democratizzazione dell’energia e allo sviluppo economico sostenibile.”

Propongo che gli organizzatori del convegno promuovano una piccola commissione che rielaborando i testi arriva ad un analogo proclama da sommare a quello dell’architettura,in attesa di analoghi proclami delle altre discipline del progetto, che ben definisca in termini operativi le nuove merci necessarie alla terza rivoluzione industriale,dove invece dell’ un pò moralistica e rinunciataria “sobrietà” si riesca a proporre ai giovani una “parsimonia felice” non fatta di rinunce ma di nuove conquiste (16.427)

Diffondersi nella casa nell’illuminazione urbana e pubblica , di apparecchiature pensate per i bassi consumi e l’utilizzo di energie alternative, progettiamo la progressiva riduzione degli imballaggi e il continuo riuso- aggiornamento di tutto il gia prodotto, valorizziamo merci che privilegiano filiere corte,progettiamo per favorire l’autonomia produttiva di tutti i territori abitati e comunque sempre in ogni progetto pratichiamo una strategi di progressivo risparmio di risorse ,di energia materiali territorio.Più che disegnare gli utensili per la sopravvivenza dei paesi della fame ,piu che disegnare ruote per trasportare l’acqua nei territori della fame ,valorizziamo le loro merci,la loro cultura la loro autonomia complessiva.Come sta tentando Gaddo Morpurgo contribuiamo a sviluppare scuole nei loro territori e nei nostri territori progettiamo il consenso per una diversa alimentazione sempre più legata al territorio del consumo invece di saccheggiare i loro territori e la loro agricoltura.

Chiediamo che le nostre scuole ritornino ad essere centro di produzione di innovazione per la terza rivoluzione industriale,non ripieghiamo su un passato più o meno sobrio, diamo senso del futuro ai nostri studenti ,diamo senso e qualità e utilità pubblica al loro apprendere-sapere, produciamo nelle nostre scuole innovazione per nuovi Spin off, ,una nuova imprenditoria,sostenuta dall’ente pubblico,promossa con finanziamenti anche pubblici con una nuova etica degli affari deve pur essere possibile.

(18936

--------------------------------------------------------------------------------SCARTI-------------------------------------------------------------------- e allora forse, allora dentro la crisi,vento che spazza via tutti i polveroni dell’illusione mediatica scoprono una nuova sobrietà come dice Novati o come io spero una “parsimonia felice”………… sulla cresta dell’onda

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Produciamo meno produciamo meglio,riutilizziamo quanto più è possibile il gia prodotto,promoviamo l’autosufficienza non la colonizzazione dei territori della fame.(17638 battute).

Paolo Deganello/Milano 20 Aprile 2009

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Il segno della fine è proprio questo ...

tutti i designer affermati,più o meno exradical fanno vasi firmati in serie limitata per Superego e costano minimo un milione di euro...e i giovani designer fanno sempre più vasetti autoprodotti in piccola serie ..per la nonna, le zie e le amiche delle nonne e delle zie.La grande serie del design si è ridotta a piccola serie per collezzionisti...o per nipoti senza committenza.

Anche il design da un po di tempo ha raggiunto il suo picco come il petrolio...è ora di cambiare, il ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca lo sta acquisendo nel 2008 ,meglio tardi che mai.

Il design solidale e/o sostenibile è tutto da progettare,non può risolversi negli stessi prodotti con un pò di plastica riciclata e tanto alluminio perchè si rigenera,deve ridefinire il concetto stesso di merce. Il trattore elettrico è una nuova merce,le molte macchine elettriche sono una nuova merce,gli edifici con il tetto che produce energia per l'edificio (come propone Stefano Boeri) e l'eccedente lo immette in rete è una nuova edilizia... può diventare una nuova architettura ((dopo il vuoto climatizzato degli Archizoom ,il vuoto infinitamente allestibile,architettura duratura autoproduttrice di energia. Come le prime macchine a scoppio utilizzavano la forma della carrozza , cosi il trattore l'auto l'edificio che si produce l'energia hanno ancora la forma delle vecchie merci..questo dobbiamo fare: dar forma ,forma felice inventata ,gridata, che genera consenso, alle nuove merci....ma riciclando il più possibile il gia prodotto.

Quel funzionalismo che era uscito dalla porta ritorna dalla finestra come propone Burkhardt.Molti sono gli equivoci ,il funzionalismo non è in alternativa alla legittimazione estetica è un altra estetica dove la priorità e data sia alla forma dell'uso che alla forma più facile da produrre in grande serie.

Non ha ragione Burkhardt a riproporre il funzionalismo.Si deve proporre una diversa concezione della merce che recupera anche l'utilità dell'utensile della merce ma non contro l'estetismo del postmodern ma come risparmio di risorse come "sobrieta" del testo.Non dobbiamo più ammaliare il consumatore dobbiamo convincerlo che gli diamo un prodotto che serve a lui e che il fatto che lo usi è un utilità per tutti :::::::questa è la qualità pubblica della merce. (il concetto va sviluppato) Produciamo utensili necessari e non inutili che durino moltissimo che non si facciano carico della continua obsolescenza della merce ,ma che siano così perfetti da essere eterni, ereditabili e mai superflui.abbiano la bellezza del durare, del servire, ma anche del far godere nell'uso e non nel possesso.

Non diventino le nuove merci sinonimo di falsa utilità del bene....ma di manifesta utilità per tutti. Il Suv che è la merce simbolo dell'era berlusconiana/bossiana,un auto gonfiata ,obesa e vecchia, non ha qualità pubblica perchè è un danno per la collettività,per gli altri,gratifica gli istinti pui arroganti del singolo ed è un danno per tutti ed è una falsa utilità anche per il singolo.

Il sostenibile comincia ad aver mercato ,è in continua crescita,anche alla Silicon valley investono sul sostenibile ...il salto difficile è il solidale (l'affrontiamo un altra volta.) certo facciamo la scuola un Uganda...questo si mi torna,facciamo una scuola che parta dalla loro diversità non colonizziamo l'Uganda col design.

La sobrietà potrebbe essere un valore da rappresentare nelle merci,ha un grande difetto ,ha ancora il sapore di una rinuncia...e di un moralismo vetero sinistro ..non conosco un termine equivalente ....andrebbe rappresentata attraverso la forma una "sobrieta goduta" della merce,...come ? .....è tutto da inventare...

Proposte:

1)il ministero promuova un altro coordinamento tra gli istituti che si dedicano alla merce e non ai servizi,la convivenza con gli altri coordinamenti va trovata ,ma questo è un progetto diverso da quello di Ezio Manzini.col cui coordinamento vale la pena collaborare...ma...senza essere fagocitati dal Manzini.....

2)Il ministero promuova una rete di aziende interessate a sperimentare con noi progetti e ricerca. Un albo delle aziende attive sul sostenibile e sul solidale...cominciano ad esserci.

Ogni nuova epoca dopo la rivoluzione industriale ha saputo produrre "imprenditori illuminati" che hanno capito e saputo investire dove andava la storia...quelli che abbiamo son solo capaci di chiedere di far uscire l'europa da Kyoto ,di rilanciare il nucleare. e di far diventare il precariato condizione del lavoro per tutti...ma c'e dell'altro..un po' meglio..va chiamato e valorizzato.

3)Il coordinamento tra le scuole riprogetti i corsi a partire da una domanda radicalmente diversa della merce che oggi val la pena di promuovere con l'estetico.
 

sempre grato al ministero che mi ha invitato un caro saluto Paolo

Parlane anche con Emilio che mi ha detto che andava a stravaccarsi sulle tue colline...e quindi dovrebbe essere li..certamente il dialogo va aperto a mondi e discipline ben diverse da quelle del design..e mi è dispiaciuta sopratutto l'assenza di Seppilli,ciao Paolo

NOTE

Nota 1,”rivoltiamo come un guanto la nostra disciplina “è il titolo del mio corso di progettazione,A.A2008/2009 al 1° anno della Facoltà di disegno industriale dell’universiotà di Sassari ,sede di Alghero”

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Il “Sistema degli oggetti” di Baudrillard edito nei tascabili Bompiani,e il libro di Carmagnola “Della mente e dei sensi” edito da Anabasi entrambi riportano lo spremiagrumi di Starck(1990). E’ come la primavera di Botticelli sta in tutte le copertine dell’enciclopedie dell’arte vendute con i giornali…… .è la merce simbolo di un design che ha consenso di massa ed è espressione di questa società del benessere che non ha il senso del limite

e che ha bisogno di un Pil in permanente crescita(8591)

Il radical aveva capito che il funzionalismo aveva talmente immiserito

la capacità narrativa della merce che occorreva un salto di qualità un arricchimento figurativo,spregiudicato e aggiornato ai mille rigurgiti e conflitti della società del benessere e con disinvoltura usava l'arte , senza remore ,senza confondersi con essa per prodotti ,almeno nelle intenzioni, oggetti di grande serie.Usavano la Pop art perchè avevano capito che con la pop art l’arte era riuscita a dare la meraviglia alla domesticita,l’utensile non era solo più utile

ma anche meraviglioso,spettacolare,imprevedibile,

ironico,critico,contestativo,irriverente,qualcosa di piu dell’utile,come sosteneva Filiberto Menna. La merce non si rappresentava più attraverso la razionalità e essenzialità del suo essere utensile diventava anche oggetto di affezione, gratificazione di un bisogno estetico che andava cercato in una società ormai fuori dall’indigenza, compiaciuta del suo benessere della qualità estetica del suo quotidiano sempre più pieno e ricco di merci-bellezza …...Gli utensili oltre il moderno sono prima di tutto come la AEO riinvenzione tipologia del prodotto.Gli utensili del Radical avevano grande successo mas mediale ma scarsissimo successo di mercato Stark ha ripreso il radical che è prima di tutto invenzione tipologicadell’utensile come lo èstato l’AeO,si guardi Poltrona Riccardo III(1983)Caffe Coste (1984)lo spazzolino da denti(1989),lo spremi-agrumi(1990) e ha continuato con grande maestria questa riinvenzione figurativa della merce in chiave cosi detta artistica,dandogli,senza più l’alibi tecnologico ma grazie

sopratutto all’innovazione tipologica e formale quel consenso quel successo di mercato che il radical non aveva mai avuto.Questa innovazione tipologica nasceva anche da una domanda di nuova figurazione,oltre l’astrazione del geometrico del moderno, ridimensionando anche quell'autosufficienza funzionale tipica dell'utensile , perchè di una nuova funzionalita non più da consumare nell'uso ma bensi nell' esibizione del possesso del nuovo, dell’originale del colto a basso prezzo c'era ormai domanda.

Faccio una ipotesi che non posso verificare ne dimostrare ma che mi sembra può far capire.Quegli indiani del Film The Milionaire,baciati dopo secoli di miseria dalla società del benessere,non a caso premiati dall’Oscar, che cosa possono fare per regalo se non lo spremiagrumi di Starck,magari prodotto a basso prezzo in India per i mercati emergenti russi e asiatici?

Ad una trasmissione di Spazio zero di qualche mese fa un operaio della Alfa Romeo di Pomigliano,disse con forza e rabbia e disperazione,dobbiamo sopravvivere con la cassa integrazione ma per il dopo crisi quale macchina dobbiamo produrre,se non ci danno una nuova macchina capace di venir incontro ad una nuova domanda di mercato,il nostro stabilimento non ha più senso non possiamo continuare a produrre quelle auto che hanno portato alla crisi mondiale che è una crisi di sovrapproduzione del mercato dell’auto.

Il design (Roberto Giolitto) ha ridisegnato la 500 con grande sapienza,l’ha gonfiata quel tanto da liberarla da quella secchezza che contrassegnava la gloriosa essenziale 500 della società del benessere degli anni 60.E’ certo piccola non è un Suv e neanche una Cadillac,piace tanto ad Obama ma resta una vecchia utilitaria con il solito motore a benzina con un pò meno di Co2 prodotta.Carmagnola la definisce un classico che ritorna(nota:Fulvio Carmagnola “il marketing del fantasma Nuova Fiat 500”), Piace tanto agli americani perchè è piccola ma…. non è finita l’era del petrolio? Nel 2000 lo stesso Roberto Giolito aveva progettato un prototipo: la Fiat Ecobasic,utilitaria con quattroposti e motore ad idrogeno,rimasta prototipo. La nuova 500 viene dopo un’altra “classica ritornata”: la Mini,il giovane Laarman ha fatto per Flos un lampadario riassemblando alcune deformate Relem,il classico prodotto sobrio ed essenziale

dei fratelli Castiglioni (1962), tutte con la vecchia lampada ad incandescenza, la sobrietà ci porta a rieditare il classico del moderno?

Nella mostra del 2006 “super normal” curata da Jasper Morrison e Naoto Fukasawa,un designer inglese allievo dichiarato di Diter Rams e un designer Giapponese figlio della grande tradizione minimalista giapponese da mon confondere col volgare minimalismo perbenista di marca occidentale,hanno messo insieme piu di 250 oggetti appunto super normali “una speciale qualità che permea gli oggetti-siano essi anonimi(come un taglierino) o concepiti con “intenzionalità estetiche”-(come la sedia per Magis di Morrison) e che invece di limitarsi all’apparenza visiva(come lo spremiagrumi di Starck) riguarda la percezione degli oggetti attraverso il loro uso”(Domus n. 894) Allora la crisi è prima di tutto una crisi da sovrapproduzione colpa del superfluo,ritorniamo ridisegnandoli ai gloriosi anni 60 prima del radical quando il design di Diter Rams dell’oggetto come utensile,del funzionalismo del rigore formale della razionalità del processo produttivo erano i principi guida del design,e i mercati erano in espansione e fiduciosi nel futuro ,ritorniamo al rigore e alla ideologia del moderno ?….o prendiamo atto che sono proprio quelle merci che hanno ben rappresentato la società del benessere che erano pensate a prescindere da una ,oggi e non allora acquisita, limitatezza delle risorse. Oppure “ridisegnamo” questo classico” sempre più gonfiato sempre più apparentemente innovato per continuare ad alimentare quel desiderio di nuovo possesso che hanno generato la sovraproduzione ma che hanno nella loro normalità la forma della sobrietà e di questo ci accontentiamo perchè la 500 è certamente meglio dei Suv ,e allora ridisegnamo la AeO magari ingrassata e imbottita,o prendiamo atto che è necessario voltar pagina e affrontiamo i grandi temi che l’acquisita limitatezza delle risorse ci impone e chiediamo al design di rivendicare il diritto di dare consenso a nuove merci tutte ispirate al risparmio delle risorse e di un loro sempre più equo e sempre meno distruttivo sfruttamento?